Concerto dei dEUS superato. Un buon 6 e mezzo, in pieno accordo con Ercolino e il Berga. Sanno trasmettere una gran sicurezza e sensazione di "padronanza del mezzo". Old School, tanto per intenderci. E se la stragrande maggioranza del set non è niente di memorabile seppur decisamente piacevole (vedi Instant Street...), la conclusione riserva le emozioni migliori. Al grido di "Suds and Soda, e poi tutti a casa!!!" (realmente esclamato da un pelato a centro platea...), dal palco come risposta arriva la canzone che ti aspetti, tirata al massimo, con interruzione, saluti e ripresa in grande stile. Cantata a più non posso. Beh... che classe.
Cambiando discorso, vorrei fare una riflessione. Purtoppo in questi giorni non ho potuto seguire come avrei voluto la polemica riguardante la Festa del cinema di Roma e la sua eventuale chiusura da parte del benemerito sindaco romano Alemanno. Bene o male però mi sono fatto un'idea di massima. Mi sembra di capire che, con la scusa di cercare di favorire il cinema di casa nostra (cosa che ritengo decisamente positiva e di assoluta necessità), si stia cercando di intraprendere quella strada protezionista che già i fascisti, nel lontano 1932, imposero come retta via alla mostra del cinema di Venezia. Alemanno, per quanti sforzi si vogliano fare, non è Veltroni. E di Veltroni si può dire tanto, ma non che non sia un amante del cinema e un uomo di cultura. La festa del cinema di Roma è nata con lo scopo di proporre un'alternativa a Venezia, spesso astrusa dal mondo cinematografico contemporaneo perchè occupata a vedere il bello e il sublime in chissà quale pellicola indistribuibilmente intellettualoide. Juno è stato premiato a Roma, a Venezia due anni fa Still Life e quest'anno Lust, Caution. Into the Wild è arrivato a Roma. Intendiamoci, non ho nulla contro il film "impegnato", ma è anche vero che i festival sono una vetrina importante per il cinema in generale. Come la combattiamo la crisi del pubblico? a colpi di Still Life? Roma dunque è partita sotto la bufera della competizione, tempesta ancora oggi non placata. A che punto siamo arrivati però? Johnatan Demme (mica pizza e fichi...) è intervenuto in prima persona, come stanno facendo tanti altri per cercare di far capire che se il problema del cinema italiano è la notorietà e la distribuzione all'estero, allora una soluzione conviene trovarla nelle relazioni internazionali, nel cambiamento di un sistema parentale che favorisce solo una certa categoria di film e sulla scarsa visibilità del cinema di casa nostra. In nessun modo, chiudere la festa del cinema di Roma gioverebbe all'industria cinematografica. Lo stesso Demme si è proposto per cercare di "dare una mano" al nostro povero cinema. Dalla Repubblica invece scopro che esiste una vera e propria "lista nera" di celebrità che il neo eletto sindaco non vuole nella capitale (su tutte George Clonney, quel comunista che ha supportato Veltroni e Obama e ha diretto Good Night and Good Luck) e che la festa potrebbe essere apparentata ai David, una tra le cerimonie più vergognose del pianeta. Si vorrebbe addirittura sostituire l'attuale presidente Bettini in scadenza nel 2011 per mettere sulla poltrona "uno fidato". Facciamo un pò come cazzo ci pare no? Times, Hollywood Reporter, Variety lanciano allarmi e appelli nel tentativo di salvare il salvabile. Bella figura di mmmerda. Mi sembra evidente allora che, per quanto si propugni il cambiamento, l'aria che tira è di ristagno, per non dire regressione. Si parla di cinema italiano da valorizzare quando sappiamo tutti che la sola cosa di cui ha bisogno il "cinema nostro" è una ventata di novità che lo sleghi dall'eredità neorealista e melodrammatica. Basta fare film-fiction, basta famiglie in crisi e disagio. Non siamo capaci di produrre un film fuori dal canone da non so quanti anni. L'unico che ci pro
va ogni tanto è Darione Argento e se permettete, delle sue ultime opere ne avrei fatto volentieri a meno. Si parla tanto di Fellini e compagnia bella, senza però lasciarsi sfiorare dall'idea che probabilmente i maestri del cinema italiano sarebbero stati i primi, potendo, a sperimentare e cambiare genere. Perchè, almeno credo, ci serve un cambio di genere, una ventata di propositività e fantasia. Per Dio abbiamo insegnato a fare film a tutto il mondo e adesso siamo i primi a piangerci addosso? Non mi sembra il caso quindi di parlare di chiusura e oscuramento della festa del cinema di Roma. Perchè bene o male è stata una bella novità, perchè la concorrenza fa bene (mi sembra che a Venezia arrivino i Coen quest'anno o mi sbaglio?) e perchè rintanarsi nella propria placenta non ha mai giovato a nessuno. Invidiamo il Sundance, Tribeca, Berlino e Cannes. Quand'è che invidieranno noi? Bene o male sono coinvolto in prima persona nel sistema cinematografico italiano come studente di cinema, come giornalista cinematografico, come persona che vorrebbe e tenta di fare cinema, come amante sfegatato di questo mondo. Chi vuole dire la sua qui è libero di farlo. Ecco allora cascare a fagiuolo il mio commento spassionato su SPEED RACER, l'ult
imo nato in casa Wachowsky. Sinceramente non credo nemmeno di poterlo classificare come film. Un vero è proprio delirio colorato, adattamento di una celebre serie animata giapponese degli anni sessanta. Due ore e venti di delirio digitale 2d su cui si innestano gli attori in carne ed ossa. Poca trama, sbrodolamento visivo totale e dialoghi fuori di testa (stiamo parlando dei simpaticoni che hanno diretto Matrix e quindi scritto il celebre monologo dell'architetto...). Un mix letale. La cosa che infastidisce di più è che è coerentemente delirico: è da pazzi furiosi, ma almeno è completamente da pazzi furiosi dall'inizio alla fine. E in più la regia, che Dio mi perdoni, non è nemmeno male: il finale regge davvero bene e centra in pieno il target famiglia happy end. Bravo e sprecatissimo Emil Hirsch. Trovo veramente faticoso dare un giudizio al suicidio cinematografico dei fratellini Wachowsky. In ogni caso è molto basso.
imo nato in casa Wachowsky. Sinceramente non credo nemmeno di poterlo classificare come film. Un vero è proprio delirio colorato, adattamento di una celebre serie animata giapponese degli anni sessanta. Due ore e venti di delirio digitale 2d su cui si innestano gli attori in carne ed ossa. Poca trama, sbrodolamento visivo totale e dialoghi fuori di testa (stiamo parlando dei simpaticoni che hanno diretto Matrix e quindi scritto il celebre monologo dell'architetto...). Un mix letale. La cosa che infastidisce di più è che è coerentemente delirico: è da pazzi furiosi, ma almeno è completamente da pazzi furiosi dall'inizio alla fine. E in più la regia, che Dio mi perdoni, non è nemmeno male: il finale regge davvero bene e centra in pieno il target famiglia happy end. Bravo e sprecatissimo Emil Hirsch. Trovo veramente faticoso dare un giudizio al suicidio cinematografico dei fratellini Wachowsky. In ogni caso è molto basso. Finisco con la canzone del giorno che, in onore dei dEUS, non può che essere appunto SUDS AND SODA, track uno dell'album d'esordio della band belga, a mio parere uno degli inizi più folgoranti della storia della musica. WORTS CASE SCENARIO. Irripetibile.
A presto.
MARCo


